ONU&UE Gattopardi scalda poltrone che si tappano occhi e orecchie?

 ONU&UE Gattopardi scalda poltrone che si tappano occhi e orecchie?  

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2987 ASPETTANDO LA MORTE

http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2011/07/26/news/la_situazione_in_somalia-19639728/

DISTESE DI TENDE

 

SEDE  ‘ONU: IL LUSSO, FRESCO, CALDO COLABRODO.

 

ONU&UE scaldano poltrone Gattopardi che si tappano occhi ef orecchie?

Ho conosciuto Pérez de Cuéllar ad un meeting a Lima, quand’era Segretario generale delle Nazioni Unite e capito come il Popolo Peruviano l’amava e quand’era competente. Poi abbiamo visti gli ultimi due Segretari scaldare la stessa poltrona nel fare cilecca, essendo mosci come pure gli inutili Pippo Arlacchi prima e la Boldrini poi, braci solo a punzecchiare il Cav che rappresentava l’Italia! Ecco a che cosa serve la UE e l’Onu: fare carriera e chiudere gli occhi verso tragedie umanitarie in Afghanistan, Iraq, Balcani, Siria l’eccidio della popolazione di etnia Tutsi per opera degli Hutu. In Etiopia mln di esseri umani vivono sotto le tende da anni e centinai di migliaia di bambini muoiono di fame per i respingimenti nada e per i 2 poveri Marò zero!

http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_Burundi http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2987

 

La prima grande fame del ventunesimo secolo

Olocausto Africa

Catastrofe umanitaria. È quello che si sta consumando in 5 paesi del Corno d’Africa. Oltre 12 milioni di persone sono interessate, mentre 390.000 bambini sono a grave rischio di morte per fame. Eppure siamo nel XXI secolo. Ma a noi (europei) interessano i Suv, gli 
i-phone e, ovviamente, il calcio. E ci sentiamo tranquilli regalando un euro con l’sms. 
L’ennesima crisi africana ha cause ben precise. La siccità è solo il detonatore di una geopolitica omicida durata oltre 20 anni. 

«La crisi globale del cibo e dell’acqua è arrivata alla capanna di Safia: lei non può più comperare farina, riso, fagioli, latte in polvere. I prezzi sono cresciuti enormemente. La terra dei campi per piccole o grandi coltivazioni è spaccata, arida, polverosa. Safia non riesce più a trovare un po’ d’acqua da bere o per cucinare. La siccità ha devastato il gregge delle sue capre, ha scomposto quello delle pecore dei suoi vicini, ha distrutto la forza delle mandrie di mucche e cammelli delle tribù limitrofe. È il caos». Chi parla è padre Franco Cellana, superiore dei missionari della Consolata in Kenya. Si riferisce alla grave crisi alimentare che sta colpendo intere regioni dell’Africa dell’Est. 
Safia è un emblema di quello che sta succedendo ad oltre 12 milioni e mezzo di persone in cinque paesi: Kenya (3,7 milioni), Etiopia (4,8), Somalia (3,7) e Gibuti (165.000). Ma anche in Eritrea, sebbene il regime dittatoriale di Afeworki continui a negare. Una crisi epocale, che le Nazioni Unite hanno classificato in alcune regioni del centro Sud della Somalia con un nome tragico: carestia. La memoria storica riporta indietro agli anni 1984-85 quando una crisi analoga colpì Etiopia e Sud Sudan, causando la morte «per fame» di centinaia di migliaia di persone. E poi successivamente alla fine degli anni ’90.
I dati dell’Unicef (agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia) parlano di 1,85 milioni di bambini coinvolti di cui 780.000 sono malnutriti e la metà soffre di «malnutrizione acuta». Ovvero fame.
«Nella Somalia che è la più colpita, i vecchi cercano di combattere la fame con un liquido masticato da un ramo spinoso chiamato jerrin mentre anche i loro bambini vagano per la savana in cerca di arbusti liquorosi per vincere gli stimoli della fame» continua padre Cellana. 
Ma oggi esistono i «sistemi di allerta precoce», ovvero complessi algoritmi che sintetizzano dati climatici (piogge), prezzi del cibo, produzione agricola e hanno il compito di mettere in preallarme governi, organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie. Avvisaglie di una possibile crisi erano infatti già state segnalate ad ottobre 2010. In seguito, una cattiva stagione delle piogge ad aprile 2011 ha contribuito al disastro. Le Nazioni Unite parlano di una siccità tra le più acute degli ultimi decenni.
Così in primavera è iniziato l’esodo di popolazioni dalle zone più colpite, ovvero dal centro e Sud della Somalia. La gente abbandona i propri villaggi alla ricerca di cibo e acqua. Fuga verso Mogadiscio, la capitale della Somalia, dove è più facile accedere agli aiuti umanitari e fuga verso i campi profughi nel Sud Est dell’Etiopia e Nord Est del Kenya. L’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr) stima un afflusso di 1.500 persone al giorno nei tre campi di Dadaab (Kenya), che ha portato la popolazione dai 90.000 previsti dalle strutture agli oltre 440.000 facendone il complesso di rifugiati più grande del pianeta. 
Il tutto nell’indifferenza totale del mondo. Fino a quando Papa Benedetto XVI ha lanciato un appello per le popolazioni colpite, all’Angelus di domenica 17 luglio. Anche le Nazioni Unite si sono mosse, decretando, tre giorni dopo, lo stato di carestia. Finalmente la crisi ha guadagnato le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo e la Fao ha convocato una riunione straordinaria il 25 luglio, che si è conclusa con una richiesta di fondi per rispondere all’«emergenza umanitaria».

Le cause
Ma le cause della fame non sono solo climatiche. 
Innanzitutto in Somalia, dopo la crisi politica del 1991 e la caduta del regime di Mohamed Siad Barre, non c’è più stato un governo stabile, che avesse il controllo dell’intero territorio nazionale. Il paese è caduto prima nelle mani dei «signori della guerra», poi delle «corti islamiche», infine di Al Shabaab, una costellazione di gruppi estremisti legati ad Al Qaeda. A questi si oppone il governo federale di transizione (Tfg), con sede a Mogadiscio, appoggiato dalla Comunità internazionale e da una missione dei peacekeeping dell’Unione Africana, Amisom (composta da circa 9.000 militari ugandesi e burundesi).
La guerra civile, che in Somalia va avanti da 20 anni, e l’assenza di uno stato ha negato qualsiasi possibilità di politiche agricole e di protezioni contro eventi climatici catastrofici, come la siccità. 
In secondo luogo la crisi globale dei prezzi alimentari ha colpito ancora più duramente nel Corno d’Africa, dove la produzione agricola resta dipendente dai fenomeni atmosferici. I prezzi del cibo sui mercati locali sono aumentati notevolmente e la gente non è più in grado di comprare la farina e gli altri alimenti di base. 
Marco Bertotto, direttore di Agire (consorzio di undici Ong italiane attive sul fronte delle emergenze umanitarie) è critico su come questa crisi sia stata raccontata dai media: «L’immagine che è passata è stata di una ennesima crisi in Africa, con i bambini che muoiono di fame e per la quale non si può fare nulla. Senza raccontare la serie di fattori che hanno portato a questo che non è un disastro naturale». 
La situazione ha infatti origini molto più complesse: «La crisi ha una componente naturale legata ai cambiamenti climatici, ovvero aspetti dipendenti dai cicli delle piogge,  poi ci sono i problemi di restrizione della mobilità delle persone a causa della guerra, di anni di politiche agricole sbagliate e sfruttamento del territorio scorretto. Ad esempio l’assenza di investimenti in campo agricolo o investimenti mal gestiti, favorendo le monoculture estensive con finalità di esportazione piuttosto che appoggiando le comunità locali». E conclude: «L’emergenza in Africa orientale è stata provocata dall’uomo e non è ineluttabile». 

La risposta del mondo
La macchina umanitaria si è quindi messa in moto a luglio.
Le Nazioni Unite hanno chiesto circa 2,4 miliardi di dollari per fronteggiare la crisi. Bertotto fa i conti: «Finora solo il 58% è stato promesso, neanche stanziato. Poi manca oltre un miliardo. C’è quindi un problema di inadeguatezza delle risorse per far fronte a questa emergenza.
Nel corso del mese di agosto c’è stato un aumento della capacità di risposta delle agenzie umanitarie, dovuto al fatto che alcune cose si sono mosse, i soldi sono iniziati ad arrivare e in parte è aumentato l’accesso in Somalia. Questo ha permesso non tanto di migliorare la situazione ma di impedirne il peggioramento, perché sul terreno la situazione è critica». 
Secondo Bertotto il «picco» della crisi dovrebbe ancora arrivare, in quanto la carestia si sta estendendo ad altre zone.
«Il contesto di intervento delle agenzie umanitarie è molto difficile, soprattutto in Somalia. Ci sono fasce di popolazione che non hanno ricevuto gli aiuti e che realisticamente non li riceveranno mai, perché ci sono zone dove è impossibile arrivare a causa della guerra. Anche le Ong italiane, pur avendo costruito negli anni un rapporto con operatori locali che consente loro una buona presenza, hanno difficoltà». La sicurezza, a causa della guerra, è limitata, mentre in alcuni casi, soprattutto all’inizio della crisi, gli Al Shabaab hanno impedito l’intervento delle agenzie umanitarie, accusandole di strumentalizzare la carestia. 
«Nei gruppi Al Shabaab si trovano insieme elementi ideologizzati da correnti islamiche estremiste e fazioni di origine clanica insoddisfatti della situazione attuale» dice monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico della Somalia (già nostro ospite su MC marzo 2010). 
E continua: «Sì, è vero che hanno posto ostacoli a diverse agenzie umanitarie e dell’Onu, però hanno anche lasciato che organizzazioni come il Cicr (Comitato internazionale della croce rossa, ndr) e altre, soprattutto di origine musulmana, agissero nei territori da loro controllati». 
Parlando di cosa succede sul terreno: «La situazione nel centro Sud Somalia rimane molto grave a causa dell’insicurezza e della siccità che ha provocato la carestia. Coloro che possono continuano a cercare di sopravvivere rifugiandosi in Kenya o nel Sud Ovest dell’Etiopia, ma anche in altre zone del cosiddetto Ogaden (Etiopia dell’Est, ndr). Almeno centomila sono arrivati nella zona di Mogadiscio in quanto accessibile al mare e ora quasi tutta sotto controllo del governo di transizione». 
Anche la Caritas Italiana sta intervenendo per portare soccorsi, e ha messo a disposizione 700 mila euro (nel momento in cui si scrive la raccolta dei fondi è in atto) attraverso le Caritas nazionali. Continua mons. Bertin: «La Caritas agisce nei campi di rifugiati del Kenya e dell’Etiopia. In Somalia interviene per interposta persona, ma non posso precisare né dove né come per ragioni di sicurezza dei nostri partner locali».
«La situazione sta peggiorando perché ci si rende sempre più conto dell’estendersi del territorio colpito dalla siccità – racconta Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale di Caritas Italiana -. Va sottolineato peraltro che l’insicurezza rende ancora più precaria la situazione della popolazione, invogliandola ad andare a rifugiarsi da qualche parte. Ciò nonostante, piccoli interventi in varie località sono ancora possibili, grazie a organizzazioni locali che godono la fiducia della Caritas Somalia, che Caritas Italiana sostiene. Non solo, ma ci sono concrete possibilità che questi interventi aumentino, limitando così l’esodo della gente».

La tattica di Al Shabaab
Gli Al Shabaab con una mossa unilaterale si erano ritirati da Mogadiscio il 6 agosto scorso. Ma questa, celebrata come una vittoria dal Tfg, non è altro che una mossa tattica. E gli scontri sono continuati, tant’è che a inizio settembre un conflitto a fuoco tra governativi, Amisom e non precisate «milizie armate» ha causato 15 morti e oltre 20 feriti gravi. Sul campo è caduto anche un cameraman malese, Noramfaizul Mohd Nor. Questo ha causato il ritiro di tutti i 54 operatori umanitari della Malesia.
La diplomazia arranca e domenica 4 settembre, sempre a Mogadiscio, è iniziata la conferenza consultativa, sotto l’egida delle Nazioni Unite, per definire il futuro del governo transitorio. Oltre al Tfg si sono riuniti per tre giorni i responsabili della regione auto proclamata autonoma dello Puntland e di altri territori semi autonomi. È stato pure firmato un documento politico che dovrebbe portare a una nuova Costituzione e ad elezioni nell’agosto 2012. Ma né il Somaliland (Nord della Somalia) auto proclamatosi indipendente nel 1991, né gli Al Shabaab sono rappresentati. Difficile, in questo modo, trovare soluzioni condivise da tutti.

La «carestia» si estende
Intanto le Nazioni Unite allargano sempre più la zona somala definita sotto «carestia», che sul campo significa un aumento delle persone soggette a rischio di morte per fame e pandemie. Colera, morbillo, malaria si diffondono quando il fisico è debole perché sotto alimentato. 
A migliaia, intere famiglie anche con bimbi piccoli, tentano il viaggio della disperazione per raggiungere i campi profughi, già affollati da centinaia di migliaia di persone. Dichiarando anche la zona di Bay (sotto controllo degli Al Shabaab) in stato di carestia, sono ormai 6 le regioni somale più colpite e altre 750 mila persone sono a rischio.
«Tutti gli anni, ciclicamente – sostiene Marilena Bertini, presidente dell’Ong Comitato di collaborazione medica (Ccm), da tempo impegnata nell’area – si registrano situazioni drammatiche per la salute e la sopravvivenza delle persone legate ai conflitti in atto, alla povertà e alle condizioni climatiche che stanno peggiorando. I bisogni d’intervento sono strutturali e richiedono azioni di lungo periodo. Da sempre il Ccm è a fianco di queste popolazioni e anche in questo momento particolarmente drammatico vogliamo farci portavoce dell’ingiustizia che vivono». Ancora una volta, chi conosce bene la zona, è cosciente che la siccità ha solo fatto precipitare una situazione mantenuta al limite a causa di decenni di interventi e politiche «umane» errate.
Monsignor Bertin sintetizza così le sfide di oggi e di domani: «Le prospettive immediate sono quelle di salvare le vite. Per il futuro bisognerà lavorare di più per la pace e la ricostruzione dello stato».

Marco Bello

Somalia, dilaga la disperazione tra la gente
Milioni di persone hanno bisogno di tutto

L’Onu ha decretato lo “stato di carestia” in due regioni nel Sud del Paese. La crisi alimentare, alimentata dalla siccità, sta coinvolgendo circa 12 milioni di persone in tutto il Corno d’Africa, riguardando dunque il Kenia, l’Etiopia, Gibuti, il Sudan e l’Uganda. Il ponte aereo del Pam. Centomila persone in fuga, secondo l’Unhcr. Le vaccinazioni dell’Unicef

di CARLO CIAVONI

Somalia, dilaga la disperazione tra la gente Milioni di persone hanno bisogno di tutto

ROMA – Sebbene non ci sia bisogno di ribadirlo – vista la situazione definita “disperata” dallo stesso vice premier del governo provvisorio di Mogadiscio – l’Onu ha comunque dichiarato “ufficialmente” lo stato di carestia in due regioni del Sud della Somalia. Sono oltre 3,7 milioni di persone che hanno bisogno di essere assistite in tutto e per tutto, perché non hanno letteralmente più nulla: un tetto, del cibo, l’acqua, cure mediche. Gli interventi umanitari – sempre che gli estremisti islamici del gruppo Al Shaabab lo permettano – si dovranno concentrare nelle regioni di Gedo e Lower Shabelle, dove più della metà della popolazione è denutrita e più di un quarto è in condizioni di grave malnutrizione. “Se non interveniamo subito – ha spiegato il coordinatore dell’ufficio dell’Onu in Somalia, Mark Bowden – la carestia si estenderà a tutte le otto regioni del Sud della Somalia nei prossimi due mesi”.

La carestia, ma anche la guerra. La siccità che sta colpendo il corno d’africa, la peggiore negli ultimi 60 anni, ha già ucciso decine di migliaia di persone e minaccia 12 milioni di abitanti, oltre che in Somalia, anche in Etiopia, Kenia, Gibuti, Sudan e Uganda. La situazione, tuttavia, continua ad essere particolarmente critica in Somalia, teatro dello scontro sanguinoso tra i ribelli fondamentalisti di al-Shabaab (vicini ad al-Qaeda) e i peacekeeper della missione Amison, che combattono in difesa dell’attuale governo di transizione. Un conflitto che coinvolge la gente comune, le donne, i bambini che cadono, non solo e non tanto per la fame e gli stenti, ma anche sotto i colpi di mortaio e delle armi da fuoco. 

Il ponte aereo. Il Programma Alimentare Mondiale (Pam) si prepara a dare il via oggi a un ponte aereo per portare aiuti a Mogadiscio. “Speriamo che l’aereo possa decollare a metà giornata” da Nairobi, ha dichiarato un portavoce del Pam nella capitale kenyana, David Orr. “Se non sarà oggi, partirà domani”, ha aggiunto. L’aereo trasporterà 14 tonnellate di alimenti altamente nutritivi contro la malnutrizione infantile. Altri voli sono previsti nei prossimi giorni per Mogadiscio, ma anche Dolo, in Etiopia, e Wajir, lungo la frontiera con la Somalia. A Bakool e Shabelle la malnutrizione acuta colpisce oltre il 30 per cento della popolazione e più di 6 bambini ogni 10mila muoiono ogni giorno. 

Centomila in fuga. Sono circa quarantamila (100 mila negli ultimi 2 mesi) le persone, in fuga dalla carestia, che si sono messe in marcia dall’inizio del mese di luglio verso la capitale somala, Mogadiscio, alla disperata ricerca di acqua e cibo. A riferirlo è stato stamattina a Ginevra un portavoce dell’Unhcr. “La gente è arrivata nei campi profughi a 50 chilometri al centro della capitale”, ha detto Vivian Tan, portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati. In totale, negli ultimi due mesi, sono circa 100mila i profughi approdati nella capitale somala, con una media di un migliaio al giorno. Intanto, a Mogadiscio le scorte alimentari sono insufficienti e questo provoca disordini e saccheggi, con il risultato che i più deboli e vulnerabili finiscono per restare a mani vuote, malgrado gli sforzi delle agenzie umanitarie.

Le vaccinazioni Unicef.
 L’Unicef, il ministero della Sanità del Kenya e l’Organizzazione mondiale della Sanità hanno lanciato una campagna di vaccinazione per i bambini che vivono nelle comunità di accoglienza nei pressi del campo profughi di Dadaab nel nord del Kenya. La campagna si rivolge a 215 mila bambini sotto i 5 anni, distribuendo vaccini contro il morbillo e la poliomielite, insieme alla somministrazione di vitamina A e di compresse contro i parassiti intestinali, informa una nota Unicef. Dallo scorso giovedì, e fino a domani, saranno raggiunti 40 mila bambini sotto i 5 anni e 46 mila donne, in otto distretti di Mogadiscio inclusi i campi sovraffollati di profughi interni.
 

(26 luglio 2011)© RIPRODUZIONE RISERVATA

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
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